Quando un progetto si blocca, quando una scadenza slitta o quando un errore rimbalza tra funzioni senza che nessuno se ne assuma la responsabilità, spesso la parola che manca è una sola: accountability.
Anche se viene spesso sottovalutata e ridotta a mero valore culturale da dichiarare, l’accountability è una variabile che incide direttamente su performance, clima e velocità decisionale.
Iniziamo col dire che l’accountability non coincide con l’avere un ruolo o con l’essere formalmente responsabili di un’attività. Nello specifico, riguarda il modo in cui una persona si assume l’impatto delle proprie decisioni, gestisce errori e porta a termine un risultato senza scaricare ambiguità su altri.
La differenza si vede nei comportamenti quotidiani: c’è chi aspetta indicazioni quando il contesto cambia e chi ricalibra le priorità in autonomia; chi cerca giustificazioni quando qualcosa non funziona e chi esplicita il problema e propone una soluzione.
In questa guida vedremo che cos’è davvero l’accountability nel contesto aziendale, come si manifesta in modo osservabile e come puoi valutarla e svilupparla.
La traduzione di accountability più comune è “responsabilità”. In azienda, però, questa equivalenza è fuorviante.
La responsabilità può essere assegnata, l’accountability no.
Quando assegni un compito o un obiettivo, stai attribuendo una responsabilità formale, ma questo non garantisce che la persona si assuma davvero l’impatto delle proprie decisioni o delle proprie omissioni.
La distinzione è operativa:
L’accountability si manifesta quando una persona:
Per chiarire ulteriormente, possiamo distinguere tra tre concetti spesso sovrapposti:
Per dirla in altri termini, puoi delegare senza generare accountability, oppure puoi avere ownership percepita senza assumerti realmente le conseguenze. L’accountability, invece, emerge solo quando la persona non si limita a eseguire, ma agisce con consapevolezza del proprio impatto sull’organizzazione.
Parlare di accountability senza collegarla alla performance rischia di trasformarla in uno slogan culturale.
In realtà, il collegamento è molto più diretto di quanto pensi.
Quando l’accountability manca, è facile ritrovarsi ad osservare dinamiche che hanno un costo organizzativo evidente:
In questi contesti, la performance non cala solo per inefficienza operativa, ma cala perché aumenta l’ambiguità.
Quando invece l’accountability è presente, l’effetto è opposto:
Per riassumere tutto in un solo concetto, possiamo dire che l’accountability riduce il costo organizzativo dell’ambiguità.
Come avviene per altre soft skills (il pensiero critico ne è un esempio) l’accountability diventa utile solo quando è osservabile. Se resta un valore astratto, finisce per essere valutata a impressione (“mi sembra affidabile”) o confusa con caratteristiche di stile (“è preciso”, “è proattivo”).
Nel lavoro quotidiano, invece, l’accountability emerge in momenti specifici, soprattutto quando qualcosa va storto, quando le priorità cambiano o quando il contesto non è chiaro.
Vediamo in quali contesti è facilmente osservabile.
Nella gestione degli errori
L’accountability si vede prima di tutto nel modo in cui una persona gestisce un errore, proprio o del team.
Chi ha accountability non cerca subito una giustificazione né minimizza. Al contrario, fa tre cose molto concrete: riconosce l’errore, chiarisce l’impatto e propone un’azione correttiva.
Facciamo un esempio. Supponiamo di trovarci davanti ad un’attività consegnata in ritardo. I comportamenti possono essere sostanzialmente di due tipi:
L’accountability è anche una competenza di orientamento, che si manifesta quando una persona sa tradurre obiettivi in priorità operative, senza aspettare istruzioni dettagliate su ogni passaggio.
Chi ha accountability chiarisce cosa è più importante, comunica trade-off e rinegozia quando necessario.
Facciamo un esempio anche qui. Supponiamo di veder arrivare due richieste urgenti da stakeholder diversi. Gli scenari possono essere i seguenti:
Riconoscere l’accountability è ancora più facile se ci troviamo in un contesto incerto: obiettivi poco chiari, ruoli che si sovrappongono, responsabilità distribuite.
In queste situazioni, chi ha bassa accountability tende a bloccare l’azione (“non è definito”, “non è il mio perimetro”) oppure lavora senza allineamento creando confusione. Chi ha alta accountability fa una cosa diversa: riduce l’ambiguità con azioni di chiarimento.
L’esempio tipico è ritrovarci a lavorare in un nuovo progetto senza owner chiaro. In questo caso:
Nel lavoro di team l’accountability si manifesta nella capacità di assumersi responsabilità senza scaricarle sugli altri e senza confondere collaborazione con “fare al posto di”.
Chi ha accountability:
Facciamo un esempio. Supponiamo di avere un deliverable che dipende da più persone. Potremmo trovarci davanti a due reazioni differenti:
L’accountability non si impone con una comunicazione interna o con un valore scritto nel codice etico: si costruisce attraverso scelte organizzative coerenti.
Se chiedi alle persone di essere accountable ma non dai loro autonomia, chiarezza o strumenti adeguati, il risultato sarà frustrazione, non responsabilizzazione.
Per sviluppare accountability in modo concreto, puoi intervenire su quattro leve operative.
Non puoi chiedere accountability se le aspettative sono implicite.
Le persone devono sapere:
Dare dei KPI chiari riduce lo spazio per interpretazioni difensive (“non sapevo fosse importante”).
#2 - Feedback continuo e non solo valutazione finale
L’accountability si rafforza quando il feedback è tempestivo.
Se una persona scopre a fine anno che non ha gestito bene priorità o errori, è troppo tardi. Proponi sempre momenti di confronto strutturati durante il percorso, in cui si analizza il risultato, ma anche (e soprattutto) il processo decisionale.
Puoi supportare i manager nel passare da un feedback giudicante (“non sei stato abbastanza responsabile”) a uno comportamentale (“in quella situazione hai atteso indicazioni invece di proporre una soluzione”).
Non puoi sviluppare accountability se ogni decisione viene validata a monte.
La delega reale implica trasferire non solo l’attività, ma anche lo spazio decisionale coerente con il ruolo. Questo comporta accettare un certo margine di errore e definire chiaramente quali decisioni sono autonome e quali richiedono escalation.
Senza autonomia, l’accountability resta formale.
Infine, l’accountability è sostenibile solo se la persona ha le competenze per esercitarla.
Se assegni responsabilità superiori al livello di competenza, generi blocco o difesa. Se il ruolo è coerente con capacità decisionali, problem solving e gestione delle priorità, l’accountability diventa un comportamento naturale e non “forzato”.
Se l’accountability è una competenza comportamentale, allora non puoi valutarla su dichiarazione.
Il CV, infatti, può raccontarti ruoli ricoperti, progetti gestiti, risultati raggiunti, ma non ti dice come quella persona ha preso decisioni, come ha gestito errori o come ha reagito sotto pressione.
Per valutare davvero l’accountability, devi osservare il comportamento in contesti realistici.
Le domande situazionali permettono di capire come una persona ragiona davanti a uno scenario concreto. Ad esempio:
Non c’è una risposta corretta, ma ti Interessa capire se la persona:
La BEI va ancora più in profondità. Invece di chiedere cosa farebbe, chiedi cosa ha fatto in una situazione reale.
È proprio su questi due pilastri che si basa l’approccio di Skillvue: attraverso skill assessment fondati su scienze psicometriche, domande situazionali e metodologia BEI, è possibile osservare come una persona ragiona e decide in scenari organizzativi realistici, distinguendo tra responsabilità dichiarata e accountability reale.
Se vuoi ridurre il rischio di promuovere o assumere persone sulla base di impressioni, integrare uno skill assessment nel processo di valutazione è un primo passo concreto verso decisioni più solide e sostenibili.
Per saperne di più su Skillvue, inizia da qui.