In azienda si parla sempre più spesso di competenze, ma c’è un tema che viene affrontato (ingiustamente) ancora poco spesso: le persone sanno davvero orientarsi nel proprio lavoro?
Sanno leggere il contesto, prendere decisioni consapevoli, capire dove stanno andando e come contribuire in modo coerente agli obiettivi dell’organizzazione?
Le competenze orientative sono capacità trasversali che permettono alle persone di interpretare ruoli, priorità, opportunità e responsabilità nel tempo. Possiamo dire, quindi, che servono a dare direzione al lavoro, non solo a eseguirlo.
Se ti occupi di HR, devi sapere che le competenze orientative incidono sulla qualità delle decisioni, sulla mobilità interna, sulla crescita professionale e sulla sostenibilità delle performance. Eppure, vengono spesso associate esclusivamente al mondo della scuola o dell’orientamento formativo, perdendo di vista il loro impatto diretto nei contesti organizzativi.
In questa guida vedremo cosa sono davvero le competenze orientative, perché contano anche (e soprattutto) in azienda, quali esempi concreti possiamo osservare nel lavoro quotidiano e come valutarle in modo oggettivo.
Le competenze orientative sono l’insieme di capacità che permettono a una persona di leggere il contesto lavorativo, interpretare il proprio ruolo e prendere decisioni consapevoli nel tempo.
Se volessimo riportare questi concetti in ottica HR, possiamo dire che riguardano principalmente come una persona si orienta tra obiettivi, priorità, opportunità di crescita e vincoli organizzativi.
A differenza delle competenze tecniche, che sono specifiche di un ruolo e spesso legate a conoscenze o strumenti, le competenze orientative sono trasversali e trasferibili. Non si esauriscono in un task o in una mansione, ma accompagnano la persona nei passaggi più importanti della vita professionale: cambi di ruolo, nuove responsabilità, riorganizzazioni, momenti di incertezza o scelta.
Quando si parla di competenze orientative di base o generali, molti le associano ancora a contesti educativi o di primo orientamento.
In realtà, come abbiamo detto, queste competenze sono una leva organizzativa importantissima anche in azienda.
Queste competenze diventano particolarmente rilevanti quando il lavoro non è rigidamente prescritto e non c’è una gerarchia aziendale forte. In tutti questi casi, serve saper interpretare: capire cosa è davvero prioritario, quando è il momento di chiedere supporto, quando assumersi un rischio decisionale, come riallinearsi agli obiettivi dell’organizzazione.
Guardando queste competenze dal punto di vista HR, possiamo dire che incidono direttamente su fenomeni come autonomia, accountability e sostenibilità delle performance. Dove queste competenze sono solide, le persone tendono a gestire meglio il carico di lavoro, a fare scelte più coerenti con il ruolo e a gestirei cambiamenti con meno frizione. Dove invece mancano, emergono comportamenti reattivi, blocchi decisionali, difficoltà nel passaggio da un ruolo all’altro o nel crescere professionalmente.
Per un HR, la valutazione delle competenze orientative è una delle sfide più delicate, perché non sono caratteristiche che emergono da un CV né da risposte teoriche in fase di colloquio.
Per questo motivo, le domande dirette (“quanto ti senti orientato?”, “quanto sei flessibile?”) sono poco predittive. Le persone tendono a rispondere in modo desiderabile o astratto, senza far emergere come agiscono davvero. Molto più efficace è lavorare su domande situazionali e scenari realistici, che riproducono dilemmi tipici del lavoro quotidiano.
In questi casi, ciò che conta non è la “soluzione giusta”, ma il processo decisionale. Un HR può osservare come il candidato o il collaboratore analizza il contesto, quali informazioni cerca, come definisce le priorità, se prende iniziativa o resta in attesa di istruzioni.
Un altro elemento altrettanto importante è saper distinguere tra potenziale dichiarato e comportamento reale. Molte persone hanno una buona consapevolezza teorica di ciò che andrebbe fatto “in teoria”, ma solo l’osservazione di comportamenti concreti permette di capire se sono davvero in grado di orientarsi nel lavoro.
La buona notizia è che le competenze orientative possono essere “allenate”. Se gestisci persone, puoi creare le condizioni perché le persone imparino a orientarsi in modo sempre più autonomo all’interno dell’organizzazione.
Questo lavoro è strettamente collegato ai career path e alla mobilità interna: quando i percorsi di crescita sono chiari e basati sulle competenze, le persone riescono a leggere meglio le opportunità, a capire quali scelte sono coerenti con il proprio sviluppo e a muoversi con maggiore consapevolezza tra ruoli e responsabilità.
Tieni in considerazione che le competenze orientative si sviluppano soprattutto attraverso apprendimento esperienziale. Ad esempio, progetti trasversali, job rotation, cambi di contesto o di responsabilità permettono alle persone di confrontarsi con situazioni nuove, obbligandole a ricalibrare priorità, interpretare segnali organizzativi e prendere decisioni con un grado crescente di autonomia.
È proprio l’esperienza, più che la formazione teorica, a rendere queste competenze solide e trasferibili.
Le competenze orientative emergono nel modo in cui una persona interpreta il contesto, prende decisioni, definisce priorità e legge le opportunità di crescita. Proprio per questo, sono difficili da valutare con strumenti tradizionali o con semplici auto-dichiarazioni.
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