Quante assunzioni, pur essendo “giuste sulla carta”, iniziano a mostrare crepe dopo pochi mesi?
Il ruolo è coperto, il CV era coerente, il colloquio è andato bene, ma nonostante tutto ci sono difficoltà di adattamento, aspettative disallineate, performance sotto le aspettative.
Per capire perché succede così spesso, bisogna partire da un assunto importante: per anni molte aziende hanno concentrato gli sforzi sul coprire velocemente una posizione, più che sul costruire nel tempo la capacità dell’organizzazione di attrarre e integrare le persone giuste.
Il recruiting è stato a lungo trattato come un processo reattivo: si apre una vacancy, si accelera la selezione e si valuta principalmente ciò che è visibile e immediatamente verificabile. Il problema di questo approccio è che tende a trascurare elementi come il potenziale, l’allineamento con il contesto reale di lavoro, la capacità di crescere e di contribuire oltre il perimetro iniziale del ruolo.
La talent acquisition nasce proprio come risposta a questo limite.
La talent acquisition è l’insieme di strategie e processi con cui un’azienda identifica, attrae, valuta e sviluppa le persone di cui avrà bisogno non solo oggi, ma anche nel futuro. Quando parliamo di cos’è la talent acquisition e il suo significato, quindi, ci riferiamo ad un approccio più ampio che collega assunzioni, competenze e obiettivi di lungo periodo.
La differenza rispetto al recruiting tradizionale sta soprattutto nel livello di intenzionalità. Il recruiting è spesso tattico: risponde a una vacancy aperta, lavora su tempi e volumi, cerca di coprire una posizione nel minor tempo possibile. La talent acquisition, invece, è strategica: parte dal capire quali competenze sono critiche per l’organizzazione, quali lo diventeranno, e come costruire nel tempo un bacino di persone in grado di sostenerle.
In quest’ottica, l’orizzonte non è la singola assunzione ma il medio-lungo periodo. Le decisioni non si basano solo su ciò che serve oggi, ma su come un ruolo potrà evolvere, su che tipo di contributo una persona potrà dare nel tempo e su quanto sarà in grado di adattarsi a cambiamenti di contesto, tecnologia o modello organizzativo.
Per questo la talent acquisition integra elementi che vanno oltre la selezione in senso stretto: employer branding per attrarre profili coerenti, valutazione delle competenze per ridurre il rischio di mismatch e pianificazione per allineare persone, ruoli e priorità future.
Anche se spesso si guarda ai due termini come a dei sinonimi, in realtà la differenza tra talent acquisition e recruiting emerge chiaramente quando si guarda al perché e al come si assumono le persone.
La prima grande differenza riguarda l’orizzonte temporale. Il recruiting guarda al breve termine e misura il successo in base alla rapidità con cui una posizione viene coperta. La talent acquisition lavora su un orizzonte medio-lungo e si chiede se la persona inserita sarà in grado di crescere, adattarsi e continuare a generare valore nel tempo.
Cambiano anche le metriche di riferimento. Nel recruiting il focus è spesso sul time-to-hire o sul numero di candidature gestite. Nella talent acquisition dobbiamo invece considerare indicatori come la quality-of-hire, la retention, il contributo alla performance e la coerenza tra competenze, ruolo e contesto organizzativo.
Un altro punto di distinzione è il ruolo dei dati e delle competenze. Nel recruiting tradizionale le decisioni si basano ancora molto su CV, esperienza pregressa e impressioni di colloquio. La talent acquisition, invece, utilizza dati strutturati sulle competenze, sul potenziale e sui comportamenti osservabili per ridurre il rischio di mismatch e rendere le scelte più predittive.
Molte aziende confondono i due approcci perché, nella pratica quotidiana, l’urgenza delle assunzioni tende a prendere il sopravvento sulla pianificazione. Il risultato è un recruiting “veloce” che però non sempre è sostenibile.
Una strategia di talent acquisition funziona quando collega persone, competenze e direzione futura dell’organizzazione. Rapportando il tutto ad un piano pratico, se ti occupi di HR questo si traduce, per te, in una strategia di lavoro su più livelli, che prevede una serie di step. Ecco i più importanti.
Una strategia di talent acquisition solida inizia sempre da una domanda: quali competenze servono davvero per far funzionare il lavoro oggi e nei prossimi mesi? I job title, da soli, dicono poco.
Sappiamo che ruoli simili possono richiedere skill molto diverse a seconda del contesto, della fase aziendale e del livello di autonomia richiesto. Per questo, lavorare sulle competenze critiche ti permette di anticipare i bisogni futuri, evitare assunzioni “giuste sulla carta” ma deboli nella pratica e costruire processi di selezione più mirati e predittivi.
Employer branding e talent acquisition non possono viaggiare su binari separati. Se ciò che comunichi all’esterno non riflette il modo reale di lavorare in azienda, attirerai candidati poco allineati e aumenterai il rischio di turnover precoce (a proposito, se ti interessa capire come ridurre il turnover, puoi scaricare il nostro whitepaper gratuito).
Una strategia che funzioni richiede coerenza tra messaggi, valori dichiarati e comportamenti osservabili nei processi HR, dalla selezione all’onboarding, fino allo sviluppo. In questo modo, il recruiting diventa una naturale estensione della cultura organizzativa.
La talent acquisition non inizia quando si apre una posizione, ma molto prima.
Uno degli step più importanti che puoi fare è costruirti una talent pipeline, ovvero iniziare a coltivare relazioni con professionisti potenzialmente rilevanti anche quando non c’è un’esigenza immediata. Lavorando in questo modo potrai ridurre la pressione sui tempi, migliorare la qualità delle assunzioni e essere più selettivo.
Una strategia di talent acquisition matura non si basa su intuizioni o impressioni di colloquio, ma su dati comparabili e criteri chiari.
Il modo migliore è integrare valutazioni oggettive delle competenze, del potenziale e dei comportamenti, per distinguere meglio tra candidati simili sul CV e di ridurre bias decisionali. Per te, questo significa poter spiegare e difendere le scelte di selezione, migliorare la qualità dell’hire nel tempo e creare una base solida per lo sviluppo successivo delle persone.
Una buona strategia non guarda solo all’esterno: talent acquisition e sviluppo interno devono dialogare costantemente. Prima di cercare nuove persone sul mercato, ha senso chiedersi se alcune competenze siano già presenti in azienda o sviluppabili con percorsi mirati di upskilling e reskilling.
Questo approccio rafforza la retention, valorizza il potenziale interno e rende più sostenibile la crescita.
Per far si che la tua strategia funzioni, avrai bisogno di tenerla sotto controllo scegliendo metriche coerenti con gli obiettivi. Limitarsi a monitorare il time-to-hire rischia di premiare la velocità a scapito della qualità.
Ci sono indicatori come quality-of-hire, performance nel tempo, retention e coerenza tra ruolo e competenze che possono darti una lettura molto più utile.
Se la talent acquisition ha l’obiettivo di costruire nel tempo le competenze di cui l’organizzazione ha bisogno, il punto più importante diventa come prendere decisioni affidabili prima dell’assunzione, quando l’incertezza è massima e l’errore più costoso.
Skillvue nasce proprio per supportarti in questa fase: aiutarti a spostare la selezione da un confronto di CV e impressioni a una valutazione strutturata di competenze, comportamenti e potenziale, coerente con una logica skill-based.
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