Il rapporto tra azienda e persona non si esaurisce in ciò che è scritto in un contratto.
Ogni giorno, attraverso decisioni, comportamenti e messaggi più o meno impliciti, si costruisce un insieme di aspettative reciproche che influenza in modo profondo motivazione, fiducia e permanenza in azienda.
Questo “insieme” rientra nel cosiddetto contratto psicologico, ovvero l’insieme di convinzioni e aspettative con cui le persone interpretano gli impegni dell’azienda nei loro confronti (e viceversa).
Molti fenomeni che oggi preoccupano le funzioni HR (ne sono esempi il calo dell’engagement e altri comportamenti come quiet quitting e quiet hiring) non nascono da problemi formali, ma da una frattura tra ciò che le persone si aspettavano e ciò che percepiscono di ricevere.
Il contratto psicologico è uno strumento per allineare aspettative, comportamenti e sistemi decisionali, rendendo coerente ciò che l’azienda comunica con ciò che le persone vivono. Vediamo cos’è il contratto psicologico, perché oggi incide direttamente su motivazione e retention e in che modo puoi renderlo più solido e sostenibile nel tempo.
Il contratto psicologico è l’insieme di aspettative implicite che regolano la relazione tra una persona e l’organizzazione per cui lavora.
A differenza di un normale “contratto giuridico”, il contratto psicologico non è scritto, non è firmato e non compare in nessun documento ufficiale, ma influisce molto su come le persone interpretano il proprio ruolo, valutano le decisioni aziendali e scelgono quanto impegnarsi o se restare.
Contrariamente al contratto di lavoro, che definisce diritti, doveri, retribuzione e orario in modo formale, il contratto psicologico riguarda ciò che le persone si aspettano dall’azienda e ciò che l’azienda si aspetta da loro sul piano non esplicitato: opportunità di crescita, riconoscimento, equità, autonomia, stabilità, fiducia.
Il concetto affonda le sue radici nella psicologia organizzativa. Già Kurt Lewin aveva messo in evidenza l’importanza delle dinamiche percepite nel comportamento delle persone nei contesti di lavoro; successivamente, Denise
Rousseau ha sistematizzato il tema, definendo il contratto psicologico come una rappresentazione mentale degli
obblighi reciproci tra individuo e organizzazione.
Il contratto psicologico si fonda su un equilibrio tra ciò che l’organizzazione si aspetta dalle persone e ciò che le persone si aspettano dall’organizzazione. Queste aspettative raramente vengono esplicitate in modo formale, ma orientano comportamenti, livelli di impegno e scelte di permanenza molto più di quanto spesso le aziende immaginino.
Dal lato dell’azienda, le aspettative implicite possono riguardare, ad esempio, affidabilità, disponibilità al cambiamento, orientamento ai risultati, flessibilità e allineamento ai valori organizzativi. Anche quando non dichiarate apertamente, queste richieste emergono attraverso i sistemi di valutazione, le decisioni di carriera e i comportamenti premiati o penalizzati nel quotidiano.
Dal lato del lavoratore, le aspettative implicite hanno a che fare, invece, con crescita professionale, riconoscimento, equità, stabilità, autonomia e coerenza tra ciò che viene promesso e ciò che viene effettivamente vissuto.
Se queste aspettative trovano conferma nell’esperienza concreta, si rafforza il senso di appartenenza; quando vengono disattese, si apre una frattura che può tradursi in disengagement o uscita.
A tenere insieme queste dimensioni sono tre fattori sicuramente determinanti: fiducia, reciprocità e percezione di equità:
Non tutti i contratti psicologici sono uguali. In letteratura si distinguono due forme principali: transazionale e relazionale.
Il contratto psicologico transazionale ha come riferimento uno scambio di breve periodo: parliamo, di fatto, dell’erogazione di una prestazione in cambio di retribuzione e condizioni definite. Possiamo trovarlo in contesti ad alta standardizzazione, ruoli temporanei o fasi iniziali del rapporto di lavoro, dove l’investimento emotivo e identitario è limitato.
Il contratto psicologico relazionale, invece, si sviluppa nel tempo e si basa su un impegno reciproco più profondo. In questo rientrano aspettative di crescita, sviluppo, riconoscimento e continuità. È tipico dei ruoli core, dei talenti chiave e delle organizzazioni che puntano su retention e sviluppo interno.
Il contratto psicologico agisce come una lente attraverso cui le persone interpretano l’esperienza di lavoro.
Il meccanismo è piuttosto semplice: quando le aspettative implicite trovano riscontro nella realtà quotidiana, la motivazione tende a rafforzarsi in modo spontaneo. Al contrario, quando le persone percepiscono uno scarto tra ciò che si aspettavano e ciò che ricevono, l’engagement si erode gradualmente.
Negli ultimi anni, questo meccanismo è diventato ancora più rilevante per effetto di un cambiamento strutturale delle aspettative dei lavoratori. La promessa implicita di stabilità in cambio di fedeltà non è più sufficiente. Le persone valutano il lavoro in base alla qualità dell’esperienza complessiva: possibilità di crescita, coerenza valoriale, equilibrio tra vita e lavoro, senso di utilità.
Il contratto psicologico si è quindi spostato da una logica di sicurezza a una logica di significato.
Il contratto psicologico è strettamente connesso anche ai temi di purpose, crescita e benessere. Le persone si aspettano che il lavoro abbia un senso, che contribuisca a un percorso di sviluppo coerente e che non comprometta il proprio equilibrio psicologico.
Quando l’organizzazione riesce a mantenere coerenza tra ciò che comunica, in termini di valori, opportunità e attenzione alle persone, e ciò che viene effettivamente vissuto, la motivazione diventa più alta.
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La violazione del contratto psicologico si verifica quando una persona percepisce che l’organizzazione non ha rispettato una promessa implicita, un impegno atteso o un principio di equità.
Come abbiamo specificato, non è necessario che vi sia una reale inadempienza formale: è sufficiente che l’esperienza vissuta non corrisponda alle aspettative costruite nel tempo.
Quando questa frattura si produce, gli effetti non sono immediati ma seguono spesso una traiettoria riconoscibile:
Un esempio che possiamo citare in tal senso riguarda le aspettative di crescita. Supponiamo che un’azienda comunichi, in fase di selezione o di valutazione, la possibilità di sviluppo e avanzamento. Nel tempo, però, queste opportunità non si concretizzano o vengono gestite in modo poco trasparente. Anche senza una promessa scritta, la persona dall’altra può percepire una violazione del patto implicito: il risultato è disillusione, calo dell’impegno e, spesso, decisione di lasciare il ruolo.
Il contratto psicologico non si forma in un unico momento, ma si costruisce e si rinnova ogni giorno attraverso decisioni, comportamenti e messaggi organizzativi.
All’interno di questo processo, HR e manager svolgono ruoli complementari ma distinti: le HR definiscono il sistema, i manager lo rendono concreto nell’esperienza quotidiana delle persone.
Come HR, avrai la responsabilità di progettare processi coerenti, dalla selezione allo sviluppo, riducendo lo scarto tra ciò che l’azienda dichiara e ciò che le persone vivono. I manager, invece, sono l’interfaccia più immediata del contratto psicologico: attraverso feedback, priorità assegnate e scelte operative, trasformano le promesse organizzative in realtà tangibili o, al contrario, in fonte di frustrazione.
CHE FARE?
Il contratto psicologico si fonda su aspettative implicite. Proprio per questo, uno dei rischi maggiori per le organizzazioni è gestirlo sulla base di percezioni, abitudini o giudizi soggettivi, anziché su evidenze strutturate.
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