La flessibilità lavorativa è diventata uno dei principali terreni di confronto tra aziende e persone.
Soprattutto dopo la pandemia, molti lavoratori hanno elevato la flessibilità a priorità, anche nella scelta del posto di lavoro. Ad oggi, infatti, orari rigidi, presenza obbligatoria e modelli organizzativi standardizzati faticano a rispondere alle esigenze di una forza lavoro che chiede maggiore autonomia, responsabilità e possibilità di adattamento.
Dal punto di vista di un’azienda, parlare di flessibilità significa interrogarsi su come il lavoro viene svolto, quando e con quale grado di autonomia, più che su dove si timbra un cartellino.
Allo stesso tempo, vuol dire anche riconoscere che la capacità di autogestione, di organizzare il proprio tempo e di mantenere performance elevate senza supervisione costante.
Dal punto di vista di aziende e funzioni HR, per flessibilità lavorativa intendiamo la capacità di progettare il lavoro in modo adattivo, consentendo variazioni su tempi, modalità e organizzazione delle attività senza compromettere performance, coordinamento e accountability.
Contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, non si tratta di una singola misura (come lo smart working o l’orario flessibile), ma di un insieme di scelte organizzative che ridefiniscono il rapporto tra autonomia individuale e obiettivi aziendali.
Rimanendo in tema di flessibilità e significato, è utile distinguere tra flessibilità organizzativa e flessibilità individuale:
Le due dimensioni sono interdipendenti: senza un’organizzazione flessibile, l’autonomia individuale resta limitata; senza persone in grado di autogestirsi, la flessibilità rischia di tradursi in disordine.
Proprio per questo oggi la flessibilità deve essere considerata come una vera e propria leva strategica che incide direttamente sulla competitività. Pensa che una ricerca congiunta di Boston Consulting Group ha messo in evidenza il fatto che le aziende completamente flessibili hanno registrato una crescita del fatturato 1,7 volte superiore rispetto a quelle basate su modelli rigidi nel periodo 2019–2024; anche a parità di settore e dimensione, il vantaggio rimane, con tassi di crescita più alti del 34% rispetto ai concorrenti.
Da qui possiamo dedurre che la flessibilità, se progettata e governata correttamente, sia oggi una scelta di business prima ancora che una risposta alle aspettative delle persone.
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La flessibilità oraria lavorativa riguarda la possibilità di modulare l’orario di lavoro in funzione delle esigenze operative e personali, senza compromettere il raggiungimento degli obiettivi.
Per fare degli esempi concreti, spesso troviamo la flessibilità oraria nelle aziende prevedendo orari di ingresso e uscita flessibili, sistemi di banca ore e fasce di presenza condivise, all’interno delle quali è richiesta la disponibilità del team.
Con l’aiuto di questi strumenti, si può superare il modello rigido delle otto ore standard, introducendo una maggiore adattabilità nella gestione del tempo.
Un aspetto altrettanto importante è la distinzione tra autonomia e reperibilità.
Essere flessibili non vuol dire essere sempre connessi o disponibili, ma avere la possibilità di organizzare il proprio lavoro in modo responsabile. Quando questa distinzione non è chiara, il rischio è che la flessibilità si trasformi in un’estensione informale dell’orario lavorativo, con effetti negativi su benessere e performance. Al contrario, quando tempi, confini e aspettative sono definiti, la flessibilità oraria diventa uno strumento di responsabilizzazione e non di sovraccarico.
Flessibilità lavorativa: esempi concreti
I modelli di flessibilità assumono forme diverse a seconda del settore e del tipo di ruolo.
Nei contesti retail, ad esempio, la flessibilità si traduce spesso in una pianificazione dinamica dei turni, in cambi orari concordati e in una maggiore attenzione all’equilibrio tra carichi di lavoro e picchi di affluenza. Negli uffici corporate, invece, è più frequente l’adozione di orari flessibili, lavoro ibrido e organizzazione per obiettivi, con una riduzione del controllo sulla presenza fisica.
Nei ruoli knowledge worker, la flessibilità riguarda soprattutto l’autonomia nella gestione delle attività, la possibilità di concentrare il lavoro in fasce orarie ad alta produttività e una maggiore libertà nella scelta del luogo di lavoro.
Questi esempi di flessibilità lavorativa ci mostrano come non esista un modello unico valido per tutte le organizzazioni, ma come la flessibilità debba essere calibrata sulle caratteristiche del lavoro, sulle competenze delle persone e sugli obiettivi di business.
In Italia la flessibilità del lavoro non è regolata da una singola norma, ma si è costruita nel tempo attraverso una serie di interventi legislativi che hanno ampliato le possibilità di adattare il lavoro alle esigenze delle imprese e delle persone.
Parlare di flessibilità lavorativa e legge significa quindi fare riferimento a un quadro complesso, che combina regole contrattuali e spazi di autonomia organizzativa.
Possiamo anzitutto distinguere due piani diversi, spesso confusi tra loro:
Nel tempo, il legislatore italiano ha introdotto diversi strumenti per rendere il mercato del lavoro più adattabile. Tra i passaggi che vale la pena ricordare:
Nonostante questo quadro normativo, la flessibilità resta ancora parzialmente applicata nella pratica.
Secondo i dati del Randstad Workmonitor, solo poco più della metà dei lavoratori italiani può scegliere quando o dove lavorare. Inoltre, la flessibilità sugli orari risulta più rilevante di quella sul luogo di lavoro: una quota significativa di lavoratori dichiara di valutare o rifiutare un’offerta (o addirittura di lasciare un’azienda) proprio in assenza di margini di adattamento su tempi e modalità di lavoro.
Questo divario tra norme, policy aziendali e aspettative delle persone mostra come la flessibilità, pur essendo oggi riconosciuta a livello regolatorio, richieda ancora un’evoluzione concreta sul piano organizzativo e manageriale.
Se ti occupi di HR e vuoi migliorare la flessibilità in azienda, il primo passo è progettare un sistema sostenibile che tenga insieme esigenze organizzative, normative e bisogni delle persone.
La sfida che ti troverai ad affrontare è duplice: da un lato garantire equità, coerenza e compliance; dall’altro rendere la flessibilità una leva concreta di engagement, benessere e performance. In alcuni casi, inoltre, la flessibilità non è solo una scelta organizzativa, ma una responsabilità prevista dalla normativa, che richiede attenzione e strutturazione.
La flessibilità funziona quando è esplicita e condivisa.
Se prevedi policy poco definite o affidate alla discrezionalità dei singoli manager, il rischio è di creare un disallineamento e percezioni di ingiustizia tra i membri del team.
CHE FARE?
Uno degli errori più comuni è confondere flessibilità con disponibilità continua. Migliorare la flessibilità significa aiutare manager e team a distinguere tra autonomia operativa e reperibilità, definendo fasce di coordinamento e aspettative realistiche.
CHE FARE?
La flessibilità non regge senza manager capaci di guidarla. HR e Learning & Development hanno sicuramente un ruolo da protagonisti nel formare i responsabili su obiettivi, feedback, fiducia e gestione per risultati. Senza queste competenze, anche le migliori policy rischiano di restare sulla carta.
CHE FARE?
Per essere sostenibile, la flessibilità deve riflettersi nei processi di selezione, valutazione e sviluppo. Valutare le persone solo sulla presenza o sull’orario è incoerente con modelli flessibili.
Da professionista HR, puoi dare un boost a questo cambiamento introducendo metriche orientate ai risultati, al contributo e al potenziale di crescita.
CHE FARE?
In alcune situazioni, la flessibilità non è opzionale. La normativa italiana prevede forme di adattamento dell’orario o delle modalità di lavoro in specifici casi (ad esempio legati a tutela della salute, genitorialità o condizioni particolari come la flessibilità lavorativa in maternità).
Il tuo compito, in questo caso, è anticipare e gestire questi obblighi, per gestirli al meglio all’interno della tua organizzazione.
CHE FARE?
Come funziona la flessibilità oraria?
La flessibilità oraria permette di modulare l’orario di lavoro rispetto allo schema tradizionale fisso. Può includere fasce di ingresso e uscita flessibili, banca ore, orari personalizzati o lavoro per obiettivi. Per funzionare correttamente, richiede confini chiari: momenti di coordinamento condivisi, aspettative definite sui risultati e una distinzione netta tra autonomia e reperibilità.
Cosa significa flessibilità operativa?
La flessibilità operativa indica la capacità di un’organizzazione di adattare come il lavoro viene svolto in funzione delle esigenze produttive e delle persone. All’interno del cappello della flessibilità operativa rientrano la possibilità di riorganizzare attività, ruoli, priorità e modalità di collaborazione senza compromettere continuità e performance.
Cosa si intende per opzione di flessibilità?
Un’opzione di flessibilità è una modalità specifica messa a disposizione dall’azienda per adattare il lavoro alle esigenze individuali o operative. Può riguardare orari, luogo di lavoro, carichi, turnazioni o organizzazione delle attività.
Cosa si intende per flessibilità operativa?
Per flessibilità operativa si intende la possibilità di modificare rapidamente assetti organizzativi, processi e modalità di lavoro in risposta a cambiamenti interni o di mercato. È una competenza organizzativa che richiede autonomia decisionale, coordinamento efficace e persone in grado di lavorare per priorità e risultati, più che per istruzioni rigide.
Flessibilità lavorativa: quali sono i vantaggi e gli svantaggi?
Tra i principali vantaggi della flessibilità lavorativa possiamo citare un maggiore engagement, una migliore conciliazione vita-lavoro, una riduzione dello stress e una maggiore capacità di attrarre e trattenere talenti. Tra gli svantaggi, se mal gestita, possono emergere disallineamento, sovraccarico, difficoltà di coordinamento e percezioni di ingiustizia.